Biblioteca Franco Serantini

CIPRIANI, Amilcare

Tipologia Persona

Intestazione di autorità

Intestazione
CIPRIANI, Amilcare

Date di esistenza

Luogo di nascita
Anzio
Data di nascita
October 18 1844
Luogo di morte
Parigi

Biografia / Storia

Nasce ad Anzio il 18 ottobre 1844 da Felice e Angela Petriconi. Cresciuto a Rimini, dove il padre lavorava come funzionario del dazio, si forma nell’ambiente rivoluzionario romagnolo, fortemente se­gnato dalle cospirazioni e dall’ostilità al go­verno pontificio. Volontario fin dall’età di quindici anni nell’esercito piemontese, prende parte alla battaglia di San Martino (1859) e vi ottiene la promozione a ca­porale.

Di lì a poco, diserta per segue Garibaldi nella spedizio­ne dei Mille e nel corso della campagna di Sicilia viene promosso ufficiale. Rientrato, dopo un’amnistia, nei ranghi del­l’esercito regolare, è impegnato in alcu­ni fatti d’arme contro gli ultimi nuclei di resistenza borbonica nel Mezzogiorno e nella repressione del brigantaggio, finché non diserta nuovamente per unirsi a Ga­ribaldi nella spedizione per Roma stron­cata ad Aspromonte (1862). Per sfuggire alla cattura si rifugia in Grecia, mettendo così fine alla prima fase della sua vita legata alle vi­cende del Risorgimento. Questa esperienza lascia un’impronta sulla sua personalità con alcuni segni che caratterizzeranno la sua azione futura: la sensibilità ai problemi nazionali, l’attitudine al mestiere delle armi e al co­mando militare, la scelta repubblicana. Nel decennio successivo è coinvolto in una serie di imprese all’estero, a partire dal movimento insurrezionale che in Gre­cia nel 1863 porta alla cacciata di re Ot­tone. Fuggito dalla Grecia, ripara prima a Londra – dove presenzia nel settembre 1864 al meeting costitutivo della i Inter­nazionale – e poi in Egitto, dove soggiorna per tre anni.

Durante questo pe­riodo prende parte alla spedizione scienti­fica che sotto la guida dell’esploratore ita­liano Giovanni Miani risale il Nilo alla ri­cerca delle sue sorgenti, e coopera, nelle numerose colonie di immigrati italiani, al­la costituzione delle prime società operaie di ispirazione democratico-repubblicano. Il suo soggiorno africano è interrotto dal­la Terza Guerra d’indipendenza nel 1866, quando riprende il suo posto nelle forma­zioni garibaldine. Finita la guerra, si reca a Creta per sostenere l’insurrezione, poi fallita, dell’isola contro i Turchi. È in que­sta occasione che si lega in amicizia con il rivoluzionario francese Gustave Flourens. Rientrato in Egitto, è protagonista di un tragico fatto che avrà conseguenze sul suo futuro: il 14 settembre 1867, ad Ales­sandria, aggredito nel corso di una rissa, uccide a colpi di coltello tale F. Saltini e lascia morte sul terreno due guardie egiziane che lo inseguivano. Costretto anco­ra una volta alla fuga, trova asilo a Lon­dra, dove entra in contatto con G. Maz­zini che gli trova un lavoro di fotografo nello studio dei compatrioti Caldesi e Nathan.

A Londra sposa la francese Adolphine Rouet, dalla quale ha una figlia; di essa, morta di lì a poco la madre, perderà com­pletamente notizia (la ritroverà fortunosa­mente solo nel 1908, sposa al pittore Jacques Wely). Nel 1870, recatosi in Francia, resta im­plicato in un complotto contro la vita di Napoleone III, uscendone però scagiona­to. Espulso dal territorio francese, vi rien­tra subito dopo la proclamazione della Re­pubblica e ritrova a Parigi l’amico Gu­stave Flourens. È, assieme a Flourens e al connazionale Gaetano Davoli di Reg­gio Emilia, uno dei protagonisti dei fatti che portano all’occupazione di breve du­rata dell’Hotel de Ville e alla cattura di alcuni membri del governo di difesa na­zionale, presto liberati. C. viene arre­stato ma riesce a ottenere nuovamente la libertà, della quale approfitta per guidare un assalto alle prigioni di Mazas e farne uscire Flourens, quindi accorre al fronte contro i prussiani, partecipando a vari scontri fino all’armistizio del 28 gennaio 1871.

La sua azione durante la successiva insurrezione comunarda (18 mar. 1871) è di primo piano come uo­mo d’armi e come politico, limitatamente alla prima fase della Comune. Il 2 aprile, al termine di uno scontro a fuoco con i Versagliesi – nel corso del quale muore Flourens – C. è catturato, con­dotto a Versailles e condannato a morte. Si salva dall’esecuzione per un contrordine del Thiers, timoroso di rappresaglie contro gli ostaggi in mano della Comune. Incarcerato prima a Belle-Isle e poi a Cherbourg, dopo la caduta della Co­mune viene nuovamente condannato a morte ma anche questa volta si salva grazie alla commutazione della pena capitale in deportazione a vita. Il 3 maggio 1872 viene imbarcato sulla na­ve-cargo Danae per la Nuova Ca­ledonia insieme con un gruppo di altri 60 comunardi deportati. Durante il mese e mezzo di viag­gio C., anche per diverbi continui col comandante della nave, subisce un tratta­mento di duro rigore, incatenato nella stiva e tormentato dalla sete.

A Noumea, nella Nuova Caledonia, dove ha per compagni Henri Rochefort e Louise Mi­chel, resta otto anni, alternando periodi di relativa libertà (tanto da poter far per­venire sue lettere a giornali italiani di opposizione) a periodi di detenzione, in­flittigli per atti di insubordinazione. Nel 1880 viene liberato in seguito all’amnistia concessa da Jules Favre, e ricondotto in Francia, dove è festeggiato dai circoli socialisti. Ma, impegnatosi subito nel movimento militante, viene espulso dal ter­ritorio francese. Recatosi in Svizzera, pro­getta con Carlo Cafiero, all’inizio del 1881, una sollevazione antimonarchica nella pe­nisola da mandare a effetto in coinciden­za con le agitazioni per il suffragio univer­sale in corso. Lancia un manifesto al qua­le aderiscono alcuni suoi amici e si pre­para a partecipare al comizio dei comizi convocato a Roma per i primi di feb­braio. Ma il 31 gennaio, al momento in cui scende dal treno alla stazione di Rimini, è arrestato e incriminato per cospirazione contro la sicurezza dello Sta­to (accusa poi caduta in istruttoria) e per omicidio plurimo, in relazione ai fatti di Alessandria d’Egitto di 15 anni prima. Il processo, svoltosi ad Ancona il 27-28 febbraio 1882, si conclude con la condanna a venticinque anni di reclusione, per effetto della quale viene inviato al penitenziario di Porto Longone.

Inizia allora una vasta e intensa cam­pagna diretta alla sua liberazione che diventa un momento di unità fra le varie correnti della Sinistra, dagli anarchici ai repubblicani, dai radi­cali ai socialisti. Esponenti dei vari gruppi rendono pubblica testimonianza di solidarietà con un uomo, ri­tenuto vittima di una vendetta politica. Così si esprimono Carducci, Saffi, Bovio, Costa, Falleroni, Turati, Rapisardi, Fratti, Filopan­ti, Musini e altri. Adesioni giungono dalla Francia da parte di H. Rochefort, L. Michel e E. Vailant. Si costituiscono comitati di agitazione, si pubblicano numeri unici e si tengono comizi di protesta, anche per il durissimo trattamento al quale il C. è sotto­posto, aggravato dai continui contrasti fra il detenuto e le autorità carcerarie. Il nome di C. viene più volte portato alle elezioni politiche come quello di un candida­to-protesta; viene anche eletto, ma l’elezio­ne viene annullata. Le pressioni dell’opinione pubblica in­ducono il governo a considerare l’oppor­tunità di liberare il condannato, ma C. – malgrado reiterate missioni di amici a Porto Longone per indurlo a tale passo – rifiuta di firmare la necessaria domanda di grazia. Il governo quindi ripiega su un atto di clemenza che viene promosso nel luglio 1888. Segue ancora un processo davanti al Tribunale militare di Milano per il reato di diserzione dall’e­sercito regio all’epoca dei fatti di Aspro­monte.

La causa si conclude con l’assolu­zione e C. è definitivamente libero. Segue un trionfale viaggio in treno, da Milano a Rimini, con manifestazioni di omaggio nelle città e alle stazioni ferro­viarie dell’Emilia e della Romagna. Poco dopo C. si trasferisce a Parigi, do­ve diventa il punto di raccordo di un mo­vimento d’opinione contro i pericoli di guerra che in quel momento si profilano fra Italia e Francia in seguito al conflitto doganale e alle tensioni diplomatiche per la politica estera del governo di Roma. Il movimento, ispirato dai circoli radicali e democratici francesi, si chiama Unione dei popoli latini, trasformatosi poi in Fe­derazione universale dei popoli. L’inizia­tiva, che culmina in una grande mani­festazione pubblica a Milano nel 1890, provoca la reazione di un gruppo anarchico di lingua italiana, di tendenza sedicente individualista, che opera a Parigi e Londra, e che dà vita a una campagna dif­famatoria contro C. che porta anche a una aggressione e al ferimento di uno dei suoi più fidi portavoce in Italia, l’internazio­nalista Celso Ceretti di Mirandola.

In questo periodo C. è ancora legato al movimento anarchico, anche se i suoi orientamenti favorevoli all’unione di tutte le forze antimonarchiche e la facilità con cui si avventura in spedizioni neogaribaldine all’estero (come quando progetta di recarsi in Brasile per sostenervi la lot­ta dei partiti rivoluzionari) vengono disapprovati da anarchici come Malatesta. Par­tecipa, comunque, al congresso anarchico di Capolago nel gennaio 1891 e alla suc­cessiva campagna per la festa del 1° mag­gio, e proprio in tale data egli è l’oratore ufficiale al grande comizio popo­lare in piazza S. Croce in Gerusalemme a Roma, conclusosi tragicamente con mor­ti e feriti. Arrestato, viene condannato a tre anni di reclusione che sconta, non interamente, però, nelle carceri di Perugia. Tornato in libertà, C. si reca a Zu­rigo per partecipare al congresso sociali­sta internazionale (agosto 1893), durante il quale si rinnova la vecchia disputa fra anarchici e socialisti antiparlamentari da una parte e la maggioranza marxista dall’altra.

Quando un voto dell’assemblea espelle i delegati anarchici, C. ne prende le difese con una pubblica dichiarazione e si ritira dal congresso. L’ultima sua impresa militare è la partecipazione alla Guerra Greco-Turca scoppiata nel 1897. Egli conduce un’a­zione autonoma dalla legione garibaldina capitanata da Ricciotti Garibaldi e guida una sua formazione di volontari nella guer­riglia in Macedonia alle spalle dell’eser­cito turco, per poi partecipare alla dura e sfortunata battaglia di Domokos, dove ri­mane ferito a una gamba. Rientrato in Italia per un periodo di cura e di riposo, viene nuovamente portato candidato alle elezioni politiche ed eletto, ma ancora una volta l’elezione è annullata e C. torna definitivamente in Francia, stabilendosi a Parigi, dove trova un lavoro di redattore prima al giornale «La Petite republique» e poi a «L’Humanité». Inizia così l’ultimo ventennio di vita di C., relativamente tranquillo, con una partecipazione assidua alla vita del partito socialista in Francia, su posizioni genericamente di sinistra.

Dopo il regicidio di Monza (29 lug. 1900) C. manifesta pubblicamente il suo compiacimento per la scomparsa di Um­berto i e ripete la sua condanna della monarchia. Le sue dichiarazioni, raccolte in opuscolo, vengono diffuse in un pam­phlet di propaganda. Il nome di C. ricorre spesso nelle cro­nache della lotta politica in Italia all’inizio del secolo. I giornali della Sinistra si onorano di ospitare sue lettere e dichiarazioni. C. sostiene con simpatia il movimento an­timilitarista, le manifestazioni anticlericali e soprattutto gli atti di opposizione al regime monarchico. Il suo portavoce in Italia è Paolo Valera, direttore della rivista «La Folla» e anche suo biografo. Socialisti rivoluzio­nari, sindacalisti, repubblicani, anarchici lo considerano come il simbolo di una coe­rente lotta contro la dinastia sabauda e le classi dominanti in Italia.

Nel 1913 la frazione rivoluzionaria del PSI, uscita vittoriosa dal con­gresso di Reggio Emilia dell’anno prece­dente, lo propone come candidato del partito nel VI collegio di Milano. Fer­vente sostenitore di questa proposta è Benito Mussolini, leader della corrente e nuovo direttore dell’«Avanti!». La consultazione si svolge il 24 gennaio 1914 e C. riesce eletto con oltre diecimila voti. Il ri­fiuto di prestare giuramento gli preclude l’ingresso a Montecitorio. Di fronte allo scoppio della guerra eu­ropea nell’estate del 1914 C. assume una linea di sostegno della guerra contro Austria e Germania, in nome della soli­darietà con la Serbia e il Belgio aggrediti, ma soprattutto per i legami di amicizia con la democrazia repubblicana in Francia. In questo quadro si colloca anche la sua successiva adesione al manifesto degli anar­chici filointesisti fra i quali sono Pëtr Kropotkin e Jean Grave. La scelta di C. ha una vasta risonanza anche in Italia e Mus­solini ne fa una bandiera per la sua pro­paganda interventista. Sembra però che que­sta adesione, davanti ai catastrofici sviluppi presi dal conflitto, si sia nel tempo raffred­data o comunque non sia stata avvalorata da atti di sostegno della guerra a oltranza. C., ormai isolato e ritiratosi dalla vi­ta pubblica, povero e ammalato, è ri­coverato in una casa di salute di Parigi dove muore il 30 aprile 1918. (P.C. Masini)

Fonti

Fonti: «Brescia per Cipriani»23 feb. 1884; «Lo Scamiciato», Reggio Emilia, giu. 1886; «Lupus»(Ravenna), 28-29 lug. 1888.

Bibliografia: Gli scritti di C. sono sparsi in numerosi periodici, n.u. e in opuscoli, se ne riportano alcuni esemplificativi della sua vasta produzione: Le ré­gicide. Réponse à mes calomniateurs, Paris, [1900] (trad. it.: Bresci e i Savoia: il regicidio, Roma [1945]); Evoluzione e Rivoluzione, «Spartaco», Forlì, n.u., 11 nov. 1890; Salve, o Bresci e Re assassini, «Umberto & Bresci», New York, n.u. 29 lug. 1903; Necessità della rivoluzione, «Verso l’emancipazione», Parigi, n.u., 1° mag. 1906. Scritti su C: C. Renzetti, Per Amilcare Cipriani e Pel diritto, Rimini 1886; E. De Morsier, Amilcare Cipriani, les Romagnes et le peuple italien, Paris 1893; G. Cavaciocchi, La Compagnia della Morte. Ricordi di un volontario della Legione Cipriani, Napoli 1898; L. Campolonghi, Amilcare CiprianiUna vita di avventure eroiche, Milano 1912; P. Valera, L’uomo più rosso d’Italia, Pallanza 1913; G. Martinuzzi, Amilcare Cipriani, Trieste 1913; L. Galleani, Amilcare Cipriani, Milano [1921]; Id., Amilcare Cipriani, in Figure e figuri, Newark 1930, pp. 179-188; P.C. Masini, Storia degli anarchici italiani. Da Bakunin a Malatesta, Milano, 1969, ad indicem; Dizionario biografico degli italiani, Roma [pubbl. in corso], ad nomen; L. Faenza, Antimilitarismo e militarismo dell’anarchico Amilcare Cipriani, in Rimini. Storia, arte e cultura, Rimini [1969]V. Emiliani, Gli anarchici. Vite di Cafiero, Costa, Malatesta, Cipriani, GoriBerneri, Borghi, Milano 1973, ad indicem; Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, a cura di F. Andreucci e T. Detti, Roma, 1976-1979, ad nomen; G. Natalini, Amilcare Cipriani. La vita come rivoluzione, Firenze 1987

Codice identificativo dell'istituzione responsabile

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Note

Paternità e maternità: Felice e Angela Petriconi

Bibliografia

2003

Persona

Collezione

città