Biblioteca Franco Serantini

BERNERI, Camillo Luigi

Tipologia Persona

Intestazione di autorità

Intestazione
BERNERI, Camillo Luigi

Date di esistenza

Luogo di nascita
Lodi
Data di nascita
20/05/1897

Attività e/o professione

Qualifica
Insegnante
Qualifica
Muratore
Qualifica
Giornalista
Qualifica
Traduttore

Nazionalità

Italiana

Biografia / Storia

Nasce a Lodi il 20 maggio 1897 da Stefano Berneri e Adalgisa Fochi, insegnante, muratore, giornalista, traduttore. Il padre è segretario comunale a Còrteno in Val Camonica, la madre è maestra elementare; nativa di Parma, progressista, scrive libri e racconti per ragazzi, collabora a riviste di pedagogia, ha una tradizione familiare rivoluzionaria: suo nonno era stato mazziniano fin dalle prime cospirazioni carbonare e il padre volontario garibaldino, la prima formazione di suo figlio ne risente in modo assai netto. Fin da ragazzo manifesta una profonda avversione per la crudeltà e l’ingiustizia. La curiosità intellettuale va di pari passo con la formazione etica e politica, influenzandone le prime letture e riflessioni. B. trascorre l’infanzia seguendo la madre – separata dal marito – nelle varie sedi d’insegnamento: da Milano a Lodi, a Parma, a Firenze, a Palermo. Frequenta il ginnasio a Cesena e a Forlì. Nel settembre 1912 è a Reggio Emilia, già iscritto alla fgs, al momento del iv congresso di Bologna. Nella polemica che a quell’epoca oppone Bordiga a Tasca, B. sarà vicino al “culturismo” del secondo, ma rivendicherà per i giovani una partecipazione attiva alla vita politica del partito, non limitata alle semplici attività di formazione e propaganda. Subisce in maniera profonda l’influenza dell’ambiente reggiano, segnato dall’educazionismo e dall’umanesimo di Prampolini. Partecipa al lavoro organizzativo della federazione reggiana – aprendo circoli locali e facendo escursioni e conferenze nei paesi del circondario – e nel febbraio 1915 entra a far parte del comitato esecutivo della federazione provinciale. I suoi primi articoli ricalcano la propaganda socialista dell’epoca: anticlericalismo, diffusione dell’ideale socialista, antimilitarismo e anticolonialismo: il suo primo pezzo, di propaganda antireligiosa, viene pubblicato da «L’Avanguardia» del 1° febbraio 1914. Lo scoppio della guerra lo trova in Svizzera, dove è andato in vacanza con la madre per perfezionare il suo francese. Qui conosce Luigi Bertoni e ha modo di farsi un’idea della situazione del paese; ne troviamo una traccia nell’articolo (Effetti di guerra in un paese di pace) che scrive per «La Folla» di Paolo Valera. Tornato in Italia, collabora regolarmente al settimanale della fgs e sviluppa un’argomentazione esplicitamente contraria alla guerra man mano che la polemica con i seguaci di Mussolini monta all’interno del PSI. Tenta con scarso successo di fondare insieme a dei compagni genovesi – e in particolare Cesare Zaccaria – una Unione Studentesca Antimilitarista e agli inizi del 1915 tiene a Genova una conferenza antimilitarista che gli frutta una aggressione da parte di studenti nazionalisti. Il 25 febbraio 1915 partecipa a una contromanifestazione – organizzata dai giovani socialisti reggiani in occasione di un comizio privato di C. Battisti – e agli scontri che derivano dall’intervento dei gendarmi: due morti per mano dei carabinieri rimangono sul terreno. B. accetta di allinearsi sulle posizioni del partito adulto, che invita alla calma, ma la sua posizione nettamente contraria alla guerra lo rende ormai maturo per entrare nel movimento anarchico, verso cui lo portava l’influenza di T. Gobbi. «L’Avanguardia» del 14 novembre 1915 annuncia le sue dimissioni e si limita a parlare di “impazienza”; i rapporti con i vecchi compagni rimangono nel complesso cordiali, tanto che la sua collaborazione al giornale continua fino agli ultimi mesi del 1916 e gli permette di intervenire nella crisi della fgs, in cui si levano diverse voci a favore dell’unità d’azione contro la guerra con sindacalisti e anarchici. È probabilmente per favorire questa evoluzione che «L’Avvenire anarchico» pubblica in luglio e agosto la Lettera ai giovani socialisti, con cui B. aveva lasciato la fgs. Dal 1916 si trasferisce ad Arezzo. Nel 1917 si sposa, ancora minorenne, con Giovanna Caleffi (ex-allieva di sua madre alla scuola magistrale di Reggio Emilia), e sempre ad Arezzo nasce la figlia Maria Luisa. Chiamato alle armi agli inizi del 1917, viene mandato all’accademia Militare di Modena per il suo titolo di studio, ma ne viene rapidamente espulso come sovversivo e assegnato in marzo al 2° btg del Genio zappatori di Casale Monferrato. In novembre si iscrive alla facoltà di Filosofia di Firenze, probabilmente con la speranza di ottenere un avvicinamento alla sede degli studi. Verso la fine dell’anno accarezza il progetto di un giornale – «La Giovane Internazionale» – che non vedrà mai la luce. Intanto, dopo un soggiorno ad Arezzo, è passato al Comando di Corpo d’Armata di Alessandria. Arrestato per propaganda pacifista alla casa del popolo di Sestri, lo troviamo in novembre in zona di guerra sotto il tiro dell’artiglieria austriaca. Ferito nel gennaio 1918, passa due mesi in un ospedale da campo, prima di essere mandato in marzo di nuovo a Casale Monferrato. In agosto lo troviamo a Montale, vicino alla Spezia, ma in settembre è di nuovo in trincea, quindi a Mestre e poi acquartierato ad Aversa, in attesa della smobilitazione. Durante i tre anni del servizio militare riesce a mantenere dei contatti con compagni delle località in cui si trova, come quelli di Alessandria, il Circolo anarchico di studi sociali di Arezzo e partecipa saltuariamente alle riunioni dei socialisti aretini, collabora al repubblicano «Grido» di Napoli, di D. Fienga. I suoi scritti diventano più radi, meno polemici e più analitici o di cronaca, concentrandosi soprattutto su temi culturali, sulla guerra e sulla Russia. Ancora sotto le armi (111° rgt del Genio, viene aggregato come scritturale al distretto militare locale) riesce a ottenere nell’aprile 1919 un trasferimento a Firenze per riprendere gli studi. Nello stesso mese partecipa al convegno di fondazione dell’UCAI (Firenze12-14 apr.), e diventa membro del suo consiglio nazionale. Qui intensifica la sua attività militante, partecipando a conferenze, dibattiti, iniziative di propaganda di ogni tipo e, nel 1920, all’organo dell’Unione Anarchica Fiorentina – «Il Grido della Rivolta» – a cui collaborano F. Posani, D. Aratari, O. Paoli, A. Cantini. Già nel 1919, fin dai primi numeri, collabora a «Volontà» di L. Fabbri e successivamente, in modo ancora più stretto, al quotidiano «Umanità nova» – contribuendo agli sforzi di Fabbri e Malatesta per ricucire il movimento anarchico e farne il perno per una azione unitaria dei rivoluzionari – ma scrive anche su «Guerra di Classe», «Il Libertario», «La Valanga», «Iconoclasta!». L’apertura verso gli individualisti, e le discussioni che ne risultano, rispondono certo ai suoi interessi culturali, filosofici, e al suo poligrafismo, ma rispondono a questa strategia di ricucitura delle diverse componenti del movimento. Critica duramente l’atteggiamento del PSI e della cgdl, che evitano di impegnarsi nell’allargamento dei moti del luglio 1919. Un atteggiamento, questo, che lascia in B. un fondo di diffidenza nei confronti delle manovre oblique dei vertici riformisti e dell’inconcludenza demagogica dei massimalisti. La sua valutazione delle agitazioni contro il carovita risulta nel complesso estremamente critica e mette in risalto l’assenza di obbiettivi politici esplicitamente definiti. Dopo i moti viene arrestato e – al momento dello sciopero internazionale del 20-21 luglio – mandato al confino a Pianosa (luglio e agosto). In autunno, piuttosto che impegnarsi in un’agitazione astensionista, preferisce il terreno dell’organizzazione e partecipa al convegno di Parma dove viene fondata una Unione Giovanile Rivoluzionaria a cui aderiscono gruppi di anarchici, sindacalisti e socialisti di sinistra. Partecipa al dibattito che precede il congresso dell’uai, e il 15 agosto 1920 al convegno nazionale pro vittime politiche di Firenze. Nel novembre del 1921 lo troviamo fra i delegati al iii convegno dell’uai. Tra il 1919 e il 1922 scrive vari articoli sulla situazione in Russia, una parte dei quali per criticare o rispondere alle analisi di Fedeli o Fabbri. È uno degli ultimi nel movimento italiano a considerare che la situazione in Russia non sia destinata ineluttabilmente a una involuzione dittatoriale senza altri sbocchi possibili. È solo a partire dalla metà del 1921 che comincia a prendere una posizione molto più dura nei confronti della dittatura del partito comunista, che riassume su «Umanità nova» nel giugno del 1922 in A proposito delle nostre critiche al bolscevismo. A partire dalla riflessione sulla rivoluzione russa affronta un insieme di problemi che toccano da vicino la possibilità di una rivoluzione in Italia: la questione dell’unità rivoluzionaria, i compiti delle minoranze rivoluzionarie, il diritto penale nella rivoluzione, i rapporti tra città e campagna, la questione delle abitazioni, la difesa della rivoluzione, le forme di autogoverno, il sovietismo, i problemi della produzione comunista. Tra la fine del 1921 e l’ottobre del 1922 si sviluppa sulle colonne de «L’Avvenire anarchico» e di «Libero accordo» un’aspra polemica personale tra Siglich e B., a cui metterà termine un intervento di Malatesta, ma i cui strascichi si faranno sentire durante tutto il decennio dell’esilio. All’Università di Firenze, il suo primo esame, il 18 luglio 1919, è di Storia Moderna, con Gaetano Salvemini; ed è con lui che si laurea il 26 ottobre del 1922, con una tesi sulle riforme scolastiche in Piemonte dopo il 1848, ottenendo 105/110. In questi anni abita con la moglie e le due figlie in viale Volta 13. L’incontro con Salvemini segna una tappa importante nella sua formazione, non solo dal punto di vista degli studi universitari, ma anche da quello politico: l’influenza di quest’ultimo lascia infatti tracce indelebili nel pensiero di B., al punto che – per definire il proprio federalismo – lui stesso parlerà di “Cattaneo completato da Salvemini e dal Sovietismo”. La collaborazione a «L’Unità» di Salvemini conferma questa influenza. I suoi interessi culturali cominciano a delinearsi fin dagli anni dell’università e non lo abbandoneranno per il resto della sua vita: la psicologia (a Firenze segue i corsi di Bonaventura), la psicanalisi, la pedagogia, la storia delle religioni (con Fracassini e Buonaiuti). L’influenza di Malatesta e Fabbri rafforzerà il senso della concretezza nell’analisi dei problemi della rivoluzione. All’inizio degli anni ’20 cominciano le collaborazioni con i giornali anarchici – specie di lingua italiana – degli Stati Uniti, Argentina, Uruguay, Svizzera, Francia e Spagna, che si intensificheranno durante il decennio dell’esilio. La repressione che segue l’attentato al Diana influenza la sua attività e il contenuto dei suoi scritti – su «Umanità nova» e successivamente «Libero accordo», «Fede!», «Pensiero e Volontà» – che assumono un carattere di divulgazione scientifica, di critica e analisi politica, di contenuto etico e filosofico, di dibattito d’idee, staccandosi progressivamente dalla cronaca quotidiana, ma permettendo ai giornali in questione di continuare a uscire senza cadere sotto i colpi della censura e quindi di ricostituire la rete organizzativa scompigliata dalle pressioni poliziesche. Il clima repressivo lo porta a intensificare i contatti esterni al movimento anarchico. Se l’amicizia con Pietro Jahier e i rapporti con i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi, Salvemini, datano degli anni dell’università, essi assumono dopo il 1922 una maggiore importanza. Il Circolo di studi sociali di piazza Santa Trinita, che aveva frequentato durante il suo soggiorno a Firenze, viene bruciato dai fascisti nel 1925, ma B. mantiene i contatti con i redattori del «Non mollare», contribuendo alla diffusione del periodico nell’Italia centrale. Si trova infatti a lavorare a Montepulciano (dal maggio 1923) – dove insegna Storia, Filosofia e Pedagogia – a Cortona (ott. 1923-1924), Camerino (1924-1925) e Macerata (inizi 1926). Tra l’aprile del ’23 e il marzo del ’25 collabora a «La Rivoluzione liberale» di Gobetti, e dal giugno del ’24 al gennaio del ’26 a «Conscientia», di Chiminelli e Gangale. Partecipa al convegno clandestino dell’uai del 17 gennaio 1926 e passa la frontiera francese nella prima metà di aprile. Una lettera di Borghi a Malatesta esprime la percezione che una parte del movimento ha della sua attività teorica, vista come un fattore di disgregazione interna. Il sua arrivo coincide con un momento di grave crisi dell’antifascismo in generale e del movimento anarchico in particolare, rimasto coinvolto nella trappola delle legioni Garibaldine, che avrebbero dovuto tentare un colpo di forza in Italia e si rivelano una montatura della polizia fascista. Lo strascico delle polemiche che ne vengono fuori accompagneranno il movimento anarchico durante tutti gli anni dell’esilio. Rimane a Nizza fino agli inizi dell’anno successivo, dove lo raggiungono la moglie e le figlie, quando si stabilisce con la famiglia a St. Maur-des-Fossés, nella banlieue di Parigi. Le sue prime attività all’estero sono centrate sulla difesa dalle infiltrazioni fasciste. Non sempre saranno coronate da successo. Tra il maggio 1926 e l’aprile 1927 «Le Réveil anarchiste» di Ginevra pubblica una serie di 14 articoli sull’Unione Sovietica e, verso la fine dello stesso anno, l’opuscolo Mussolini normalizzatore. Il 20 aprile del 1927 viene arrestato a una riunione internazionale sulla piattaforma di Archinov, un soggetto su cui interviene pubblicamente nel dicembre 1927. A partire da questo momento sarà tenuto d’occhio in modo particolare anche dalla polizia e dalla giustizia francese. Sempre nello stesso periodo viene avvicinato dalla spia E. Menapace (che gode della garanzia di Miglioli e di Giannini). Una delle tecniche utilizzate dalle spie – che agiscono per compartimenti stagni – è di denunciare l’azione di altre spie, specie quando sono state già scoperte o sul punto di esserlo. È quanto fa Menapace denunciando Savorelli, che nel febbraio 1928 viene ucciso da Pavan. B. viene implicato nell’omicidio come complice di Savorelli e controllato attentamente dalla polizia francese. Il 12 aprile a Milano avviene la strage di piazzale Giulio Cesare e la polizia cerca di implicare B. nell’attentato. Il console italiano di Marsiglia denuncia un complotto – sempre su indicazione della polizia milanese – e cerca a sua volta di coinvolgere B. che, tra il 1927 e il 1929, si trova invischiato nelle reti che le spie dell’ovra gli hanno teso intorno. Non solo ogni suo movimento viene sorvegliato, ma diventa l’oggetto di vari tentativi di provocazione. Mentre Bazzi istiga il popolare Donati alla polemica contro B., la stessa cosa fa Menapace con B., accusando Bazzi di essere una spia protetta da Donati. Agli inizi del 1929 viene pubblicato a Marsiglia Lo spionaggio fascista all’estero. L’11 dicembre 1928 B. viene arrestato ed espulso dalla Francia verso il Belgio. Sul treno “incontra” Menapace che dice di essere stato espulso anche lui. Nel febbraio 1929 viene espulso dal Belgio e torna clandestinamente a Parigi, dove pubblica in giugno il numero unico «La Verità» per rispondere alle accuse di cui è oggetto. Menapace ritorna a Versailles in ottobre e convince B. a nascondersi da lui per circa due mesi. Ovviamente ogni sua azione e ogni suo scritto sono sotto controllo. In ottobre F. De Rosa attenta al principe Umberto di Savoia, a Bruxelles. B. ne prende le difese su «L’Adunata dei Refrattari» e «Il Risveglio». Viene quindi implicato nel progetto di attentato al ministro Rocco – sempre in Belgio – insieme agli evasi di Lipari di GL. Menapace lo accompagna e gli lascia in consegna un pacco contenente della cheddite, che lui passa a Cianca. Il 19 dicembre passa la frontiera e viene arrestato a Bruxelles. Il 31 vengono arrestati a Parigi Cianca, Tarchiani, Sardelli e Rosselli. L’ovra tenta una grossa montatura ma il complotto si sgonfia rapidamente. Rimangono in prigione Cianca e B. Questi – con la collaborazione della moglie e di Salvemini – si rende finalmente conto che la spia è Menapace. Dopo un primo totale silenzio agli interrogatori si assume ogni responsabilità e accusa Menapace di avergli teso una trappola. Il Tribunale accetta la sua versione e viene processato solo per detenzione d’armi e documenti falsi. Lo stesso farà il Tribunale francese con Cianca. Il 22 febbraio 1930 viene condannato a quattro mesi di reclusione e Menapace a sette mesi in contumacia. Il 4 giugno il Tribunale della Senna condanna Cianca a tre mesi, per la cheddite, B. a sei mesi e Menapace a due anni di reclusione in contumacia. Il 17 maggio B. viene liberato ed espulso dal Belgio in Olanda dove viene condannato a un mese di prigione; da qui viene espulso verso il Lussemburgo, da cui, dopo 20 giorni (e un pestaggio poliziesco), viene espulso in Francia, dove è subito arrestato. Liberato dal Tribunale di Brey, viene espulso verso la frontiera con la Germania prima del processo e si ferma alcuni mesi a Berlino. Espulso dalla Prussia, il 13 ottobre affronta il processo e viene condannato a sei mesi. Fa appello e la condanna viene raddoppiata. Fra il 1928 e il 1930 la posizione di B. è particolarmente delicata: non solo si trova al centro di una ragnatela di intrighi polizieschi che tendono a incastrarlo vivendo in una spirale di espulsioni, processi, condanne ed espulsioni, ma viene duramente attaccato dal gruppo di Schicchi e Siglich, l’«Avanti» di Zurigo non gli risparmia le frecciate, i vecchi amici di GL lo guardano con diffidenza, «Il Risveglio» e vari compagni italiani ne criticano l’ingenuità. Lo stesso Fabbri, in una lettera a Malatesta del 21 marzo 1930, lo definisce “un gran ingenuo, cascato nella prima buca che ha trovato sul suo cammino, e cascatoci proprio a capo fitto malgrado avvertimenti vari”. Ma nel frattempo la stampa europea ha cominciato a interessarsi del suo caso e l’emigrazione italiana – particolarmente in Francia – prende le sue difese. Viene liberato il 14 aprile 1931 in seguito ad amnistia. Il mese successivo è condotto alla frontiera spagnola per essere espulso e solo un contrordine dell’ultimo momento gli permette di restare in Francia. Le minacce d’espulsione continuano e potrà ottenere il permesso di soggiorno soltanto nel 1935, poco prima di partire per la Spagna. Fin dal suo arrivo in Francia ha partecipato intensamente alle attività, alle discussioni e alle pubblicazioni del movimento anarchico: con Fabbri e Fedeli fa parte del gruppo “Pensiero e Volontà” e collabora assiduamente alla «Lotta umana» fin dalla sua fondazione nel 1927, ma anche a «Il Monito». Dopo la partenza di Gobbi, Fabbri e Fedeli per l’Uruguay nel 1929, si tiene vicino ai gruppi che tentano di intervenire in Italia, anche se non ne condivide totalmente le posizioni. Collabora così a «Lotta anarchica» e nel 1930, quando «Guerra di Classe» riprende le pubblicazioni, non le fa mancare i suoi articoli. A partire dalla fine del 1932, «Umanità nova» di Puteaux (e gli altri titoli che la seguono dopo la sua interdizione, fino all’aprile del 1933) è in buona parte opera di B., che cerca di raggruppare le varie tendenze del movimento e di incanalarle per un intervento nella situazione italiana. Nello stesso tempo attacca l’idea del fronte unico e sostiene la priorità di una unione fra gli anarchici dei vari paesi. A causa di queste posizioni (e dei suoi scritti sull’URSS) si attira l’astio dei comunisti, che lo attaccano in più di una occasione. Il suo interesse per l’anarcosindacalismo si manifesta sia nella diagnosi della crisi che questo attraversa (“la crisi dell’anarco-sindacalismo è la crisi dell’anarchismo”), sia nella fiducia che “nella corrente anarco-sindacalista più che in ogni altra è possibile trovare le possibilità di una rielaborazione ideologica e tattica dell’anarchismo”. L’analisi del fascismo, la lotta contro il regime, la questione delle alleanze e le posizioni degli altri gruppi antifascisti sono al centro delle sue riflessioni. Il dibattito con GL prenderà un rilievo particolare – una prima volta fra il 1930 e il 1932 e una seconda volta tra la fine del 1935 e i primi mesi del 1936 – proprio per le conseguenze pratiche che avrà sulla collaborazione sul campo, in Spagna. Il suo giudizio è particolarmente severo dopo l’adesione di GL (sett. 1931) alla Concentrazione, che B. considera il nocciolo duro dell’antifascismo conservatore. La critica alle posizioni politiche di GL non gli impedisce di considerare possibile una collaborazione sul terreno dell’azione, in vista di una insurrezione in Italia. Questa discussione gli offre la possibilità di richiamare quegli anarchici che si erano fatti attirare dal suo attivismo. Nella polemica sul federalismo critica GL per la vaghezza del suo programma e sviluppa una distinzione tra federalismo e autonomie locali toccata in vari altri scritti sulla questione. Ma il suo interesse si appunta anche sui sindacalisti, i socialisti massimalisti, i repubblicani dell’ars, i comunisti dissidenti, attento a ogni sia pur piccolo segnale di attivismo e di anticonformismo che rompano il clima stagnante dell’“antifascismo serio e concreto”. Negli ultimi mesi del 1932 si apre sulle colonne de «L’Adunata dei Refrattari» una discussione sul sovietismo, che parte dalla critica di B. al Preanarchica di R. Vella – in cui vede prefigurata un’inaccettabile forma di “dittatura anarchica” – a cui oppone una prospettiva di tipo consiliare e pone il problema delle forme di collaborazione con altre correnti politiche all’interno delle nuove strutture di autogoverno sorte nel processo rivoluzionario. La struttura dei consigli gli sembra una garanzia contro la formazione di una dittatura politica di partito. Con la formazione nella regione parigina di un gruppo d’intesa sulle basi programmatiche della vecchia uai (nel 1933) B. si ritroverà meno isolato, ma nello stesso tempo le sue collaborazioni si rivolgono sempre più ai compagni svizzeri de «Il Risveglio» e agli italo-americani de «L’Adunata dei Refrattari», due giornali che per più di un decennio ne ospitano gli articoli in maniera costante. Scrive inoltre per «Germinal» di Chicago e altri giornali spagnoli o sudamericani. Si tratta a volte di corrispondenze che gli fruttano qualche soldo e gli permettono di sopravvivere nelle difficili condizioni della semi-clandestinità in cui si ritrova fra il 1928 ed il 1935, in un periodo in cui l’unica fonte di reddito relativamente regolare proviene dal piccolo negozio di generi alimentari tenuto dalla moglie Giovanna. Nell’ottobre del 1935 a Sartrouville, al convegno d’intesa degli anarchici italiani, svolge una relazione a nome del comitato organizzatore, rifiuta l’idea del fronte unico e sostiene la necessità di una unità d’azione con altri gruppi politici – quali GL, massimalisti, repubblicani, sindacalisti – su singoli obiettivi concreti. Il 25 aprile del 1936 esce a Parigi il primo numero dell’«Italia libera», dove B. pubblica una serie di articoli sulle colonie, contro l’aggressione italiana all’Etiopia e di critica all’atteggiamento dell’antifascismo “serio e concreto” (che confida nelle sanzioni della sdn), ma anche alle posizioni demagogiche diffuse nel movimento anarchico. Nel marzo 1936 Berneri aveva fatto il suo primo viaggio in Spagna prendendo contatti e rendendosi conto della situazione, è quindi a partire da una conoscenza diretta della situazione spagnola che risponde in aprile all’inchiesta di «Más Lejos» sulle elezioni sostenendo che – benché l’astensione sia una questione di principio – la propaganda astensionista è solo una questione di opportunità tattica e va valutata in funzione della situazione concreta. Introduce una differenza fra elezioni politiche – dove si ha delega di potere – e altro tipo di consultazioni, come i referendum, che si avvicinano alla democrazia diretta. Guardando alla situazione spagnola, sostiene l’utilità di moderare la propaganda astensionista solo se non ci si illude che la vittoria delle sinistre costituisca un passo in avanti verso la rivoluzione sociale. Ribadisce infine l’idea che gli anarchici sono tali perché negano – a differenza di tutti gli altri partiti – il proprio potere politico. Sullo stesso tema si apre una discussione sulle colonne de «L’Adunata dei Refrattari» e della stampa anarchica internazionale; B. sostiene un punto di vista fortemente radicato nell’analisi della situazione, rifiutando di considerare la partecipazione elettorale un problema ideologico – di delega di potere allo Stato – ma piuttosto un mezzo per affrettare l’insurrezione. Appoggia le scelte della CNT spagnola, riconoscendovi una dimostrazione di grande intelligenza politica, e si oppone alle posizioni ideologicamente più rigide espresse dalla grande maggioranza degli esponenti dell’anarchismo europeo. Il 29 luglio torna nuovamente in Spagna, dove si mette in contatto con il Comitato di Difesa della CNT-FAIb, dà vita a una sezione italiana dell’AIT e lavora attivamente alla costituzione della Sezione Italiana della Colonna “Ascaso”, nel quadro delle milizie organizzate dalla CNT. L’atto costitutivo della colonna – firmato il 17 agosto da Berneri, Rosselli e Angeloni – prevede una struttura militare unitaria. Viene costituito un comitato di coordinamento permanente, che sarà composto da Garosci (GL), Angeloni (repubblicani), Barbieri (anarchici), Bogoni (socialisti) e Mariani (USI). La sezione – sotto il comando di Angeloni – parte immediatamente per il fronte e viene impegnata nella battaglia di Huesca, e in particolare il 28 agosto a Monte Pelato, dove il suo comandante trova la morte. B. partecipa ai combattimenti come semplice miliziano, ma i compagni insistono perché rientri a Barcellona sia a causa della sua fragilità fisica (è miope e un po’ sordo), sia perché è con ogni evidenza più utile nelle retrovie che al fronte. Continua comunque a occuparsi della sezione, come delegato politico fino alla fine di novembre, raccogliendo fondi e mantenendo i contatti con la CNT. Di fronte alla propaganda di GL – che tende a presentare la sezione italiana come il proprio prolungamento militare – Berneri smussa i conflitti tra gli anarchici che costituiscono la maggioranza della sezione e Rosselli, che ne aveva preso ufficialmente il comando militare. In dicembre le tensioni esistenti portano gli anarchici a recuperare il comando e i gellisti a ritrovarsi nel battaglione Matteotti. A Barcellona B. rifiuta un posto nel Consiglio d’economia della Catalogna, non per intransigenza politica, ma perché si considera incompetente in materia. In settembre inizia le trasmissioni in italiano a Radio Barcellona. In ottobre diventa membro del consiglio di difesa della CNT-FAIb. Lo studio delle carte trovate nel consolato italiano di Barcellona gli permette di farsi un’ida più precisa della politica fascista nel Mediterraneo. La necessità di denunciare questa politica non gli fa perdere di vista il fatto che la differenza fra Germania e l’Italia da un lato, e la Francia e l’Inghilterra dall’altro “è la differenza tra un imperialismo affamato ed un imperialismo sazio”. Il 9 ottobre esce il primo numero di «Guerra di Classe»: fin dall’inizio afferma che “guerra civile e rivoluzione sociale sono due aspetti di una realtà unica”, con la conseguenza che “bisogna considerare la guerra nei suoi aspetti internazionali, e opporre al fascismo europeo l’agitazione di tutti i popoli in difesa della Spagna rivoluzionaria”. L’appoggio che Mussolini fornisce a Franco non fa che confermare la sua analisi. Gli articoli sullo Stato e le classi confermano la sua condanna dello stato e mettono in guardia contro l’illusione di poterne cambiare le funzioni. Esprime apertamente la propria diffidenza nei confronti di ogni Stato e governo, ma accetta gli otto punti del programma minimo formulato dalla CNT al convegno di Madrid del 16 settembre come uno strumento, “l’unico [adatto] a spezzare la vecchia tradizione di governo borghese e democratico”. Il 24 ottobre, alla vigilia dell’ingresso della CNT nel governo di Caballero, formula delle proposte che possano salvaguardare l’autonomia della CNT, rafforzare le dinamica rivoluzionaria, e permettere di vincere la guerra. Due sono i punti più importanti: unicità di comando (ma non militarizzazione delle milizie) e indipendenza del Marocco. Il 5 novembre – subito dopo l’ingresso della CNT al governo – mette i guardia contro i pericoli di “una svolta pericolosa”, propone di passare ad una “guerra di movimento” riaffermando che “vincere è necessario, ma si può riuscire solo a condizione di non separare le condizioni militari della vittoria da quelle politico-sociali”. Insiste sulla necessità del comando unico e denuncia le inefficienze militari, criticando la militarizzazione delle milizie. “Bisogna quindi che il governo sia costretto a scegliere fra sconfitta guerresca e rivoluzione vittoriosa”. La CNT dovrebbe, stando al governo, tutelare le conquiste rivoluzionarie del proletariato, evitare cedimenti, mantenere gli equilibri esistenti. In sintesi: “Conciliare le necessità della guerra, la volontà della rivoluzione sociale e le aspirazioni dell’anarchismo”. Nello stesso numero del giornale critica l’idea togliattiana di una guerra nazionale che doveva spazzare via i residui feudali, dando vita a una moderna democrazia borghese, e ne sottolinea le “asinerie settarie”. È uno dei rari anarchici stranieri di una certa importanza a non condannare il ministerialismo della CNT. Le sua critiche restano precise e tendono ad evitare uno scontro aperto con le altre forze politiche. La resistenza intorno a Madrid stabilizza il fronte mentre il pce aumenta rapidamente la propria influenza sulle strutture militari e politiche della repubblica e la guerra assume forme sempre più tradizionali. B. annuncia il pericolo di una guerra europea, sbocco evidente di una vittoria fascista e denuncia l’assedio di cui l’anarchismo spagnolo è diventato l’oggetto. L’inizio della caccia al trockista rivela i disegni del Cremlino e mostra che i rapporti di forza si stanno modificano a favore dei comunisti. Ciò nonostante l’anarchismo può ancora svolgere una funzione di argine della controrivoluzione in marcia. In aprile la Lettera aperta a Federica Montseny mette il dito sulla piaga e pone il problema dell’utilità politica partecipazione governativa della CNT. Senza proporre apertamente l’uscita degli anarchici – e quindi una crisi dalle conseguenze imprevedibili – incita a una presa di posizione esplicita sulle manovre controrivoluzionarie dei comunisti e dei loro alleati. L’idea di fondo è che gli anarchici devono recuperare la loro libertà di movimento sul piano delle conquiste sociali, senza farsi legare le mani dalle necessità della guerra contro il fascismo. La sua posizione assume una particolare originalità rispetto alla maggioranza degli anarchici che continuano ad affrontarsi intorno al binomio partecipazione o non partecipazione al governo e non deve essere confusa con le critiche “dottrinarie e massimalistiche” che da varie parti vengono rivolte alla CNT. Se agli inizi della sua presenza in Spagna B. gode della fiducia della maggior parte degli esponenti dell’anarchismo spagnolo nel corso dell’inverno ’36 si manifestano vari attriti. In gennaio il console russo esercita pressioni sul Comité Regional, che ai primi di febbraio taglia i fondi di «Guerra di Classe». La reazione di B., condivisa dal gruppo redazionale e dai compagni italiani, è misurata e continua ad esprimere critiche puntuali, evitando di trasformarsi in portavoce dell’opposizione interna alla CNT. Nonostante B. sia contrario a uno scontro aperto fra le varie componenti dell’antifascismo, rifiuta di tacere sulle persecuzioni antitrockiste, pubblicando su «L’Adunata dei Refrattari» Noi e il poum, un articolo in cui radicalizza la sua posizione e che da solo potrebbe spiegare il suo assassinio. Ma anche di fronte all’inizio degli scontri di strada la sua posizione resta unitaria e il suo ultimo intervento sulle onde di Radio Barcellona, la sera del 3 maggio, è una commossa commemorazione di Antonio Gramsci, morto una settimana prima. La sera di mercoledì 5 maggio una pattuglia della polizia guidata da un uomo in borghese – la cui matricola era 1109, come ricorda Fosca Corsinovi, presente al fatto assieme a Tosca Tantini – arresta B. e Barbieri. I loro corpi vengono trovati durante la notte dalla Croce Rossa. Se gli archivi sovietici non ci hanno ancora dato il nome degli esecutori materiali del loro assassinio, i comunisti staliniani ne hanno all’epoca rivendicato la paternità politica, rimangiandosela ovviamente quando questa era diventata imbarazzante. (G. Carrozza)

Fonti

Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen; ivi, Dipartimento polizia politica, Archivio Materia, ad nomen, b. 68; Archivio comunale di Cortona, Carte del Liceo Ginnasio, a. 1923, f. ix; Paris, Min. Affaires étrangères, série z Europe, 1918-1929, Italie 72; Bibliothèque de Documentation International Contemporaine – Paris Nanterre, ldh, Recchioni Vero, F delta res 798/351/7676; Archivio “Famiglia Berneri e Aurelio Chessa” – Reggio Emilia, Carte Berneri; E. Menapace, Tra i fuorusciti, Paris [1929]; A. Tasca, Camillo Berneri, «Il Nuovo Avanti», Parigi, 22 mag. 1937; Una lettera di Berneri (a Converti), «L’Adunata dei Refrattari», 5 lug. 1937; L. Fabbri, Sui diversi fronti: Camillo Berneri, «Studi Sociali», 20 set. 1937, p. 5; D. Fienga, Epicedio del martire (nel secondo anniversario della morte di Camillo Berneri), «L’Adunata dei Refrattari», 6 mag. 1939, pp. 1-2.
 
Bibliografia: Scritti di B.: Lettera aperta ai giovani socialisti di un giovane anarchico, Orvieto [1920]; I problemi della produzione comunista, Firenze, 1920; Le tre città, Firenze s.d.; Morale e religione, Roma [1925]; Un federalista russo: Pietro Kropotkin, Roma [1925]; Mussolini normalizzatore, Zurigo 1927, Nozioni di chimica antifascista, sl, s.d. [1934]; Lo spionaggio fascista all’estero, Marseille [1929]; Le peché originel, Orléans 1931 (trad it. Firenze-Pistoia 1955 e Ragusa 1969); Mussolini gran actor, Valencia 1934; L’operaiolatria, Brest [1934] (Pistoia 1987); Le juif antisémite, Paris [1935] (trad. it. Roma 1984); El delirio racista, Buenos Aires 1935; El incesto y la eugenesía (debe ser castigado el incesto?), Barcelona [1935]; Malediciones Biblicas: la libertad sexual de la mujer, s.l. s.d.; El trabajo atrayente, Bacelona 1937 (trad it. Ginevra 1938); Mussolini alla conquista delle Baleari, Barcelona 1937; Guerre de classe en Espagne, Nîmes 1938; Pensieri e battaglie, Paris, [1938]; Ensayos, Bacellona 1939; Pensieri e battaglie, Napoli 1945; Carlo Cattaneo federalista, Roma 1949 (Pistoia 1970); Compiti nuovi del movimento anarchico, [Livorno] 1955; Il credo, Ragusa 1962; Pietrogrado 1917 Barcellona 1937 a cura di P.C. Masini, A. Sorti, Milano 1964; Delitto e superstizione e Il culto dei santi, Ragusa 1963; Il Cristianesimo e il lavoro, Genova 1965; Mussolini psicologia di un dittatore, a cura di P.C. Masini, Milano 1966; L’emancipazione della donna, Pistoia 1970; Interpretazione di contemporanei, Pistoia 1972; Guerre de classes en Espagne 1936-1937 et textes libertaires, a cura di F. Mintz Spartacus, 1977; Guerra de clases en España, 1936-1937 a cura di Carlos Rama, Bacelona 1977; Berneri, 1 e 2; Le Léonard de Freud (Il Leonardo di Freud), Pistoia 1981; Mussolini grande attore, Pistoia 1983; Mussolini “normalizzatore” e Il delirio razzista, Pistoia 1986; Gli eroi guerreschi come grandi criminali, Pistoia 1987; Oeuvres choisies, Paris 1988; Novelle, Canosa di Puglia 1992; Il federalismo libertario, Ragusa, 1992; Umanesimo e anarchismo, a cura di G. Fofi, Roma 1996; Anarchia e società aperta, a cura di P. Adamo, Milano 2001. In opuscoli o volumi collettivi: Renzo Novatore, Polemica con Camillo Berneri e Mario Senigalliesi, Firenze 1950; Il credo, Ragusa1962; La politica della chiesa, Ragusa 1962; Dio, Ragusa 1964; La Massoneria e il fascismo, Newark, N.J [1939]; Sul compito immediato e futuro dell’anarchismo, Genova-Pegli 1962; Convegno d’intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa (Francia-Belgio-Svizzera) ottobre 1935, Pistoia 1980; Contro gli intrighi massonici nel campo rivoluzionario, Pistoia 1981. Scritti su B.: A. Fochi-Berneri, Con te figlio mio; Parma 1948; G. Salvemini, Donati e Berneri, «Il Mondo», 3 mag. 1952, p. 9-10; G. Berneri, Ricordo di Camillo Berneri, «Umanità nova», 30 apr. 1961, p. 3; M. Sartin, Berneri in Ispagna, Newark, N.Y. [1938] (Iglesias [1977]); Atti del convegno di Studi su Camillo Berneri, Milano 9 ottobre 1977, Carrara 1979; M. Olivari, L’azione politica di Camillo Berneri nella guerra civile spagnola, «Critica Storica», Firenze, n. 2, 1982; G. Carrozza, Camillo Berneri ed il dibattito antimilitarista nella federazione giovanile socialista, «Annali dell’Istituto di Storia», Firenze, 1982-1984; F. Madrid Santos, Camillo Berneri, un anarchico italiano (1897-1937). Rivoluzione e controrivoluzione in Europa (1917-1937), Pistoia 1985; Memoria antologica, saggi critici e appunti biografici in ricordo di Camillo Berneri nel cinquantenario della sua morte, Pistoia 1986; M. Scavino, Berneri, Gobetti e la rivoluzione italiana, «Rivista storica dell’anarchismo», gen.-giu., 1997; M. Gervasoni, Il filo rosso della “inappartenenza”, ivi; F. Schirone, Umanità Nova in esilio. Francia 1932-1933, ivi; G. Berti, Il problema del revisionismo: Camillo Berneri, in Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Manduria 1998; P. Adamo, La morte di Berneri e le responsabilità di Togliatti, «MicroMega», n. 1, 2001;Id. Anarchia senza dogmi, ivi; G. Carrozza, Berneri e il fascismo. Problemi e chiavi di lettura, «Rivista storica dell’anarchismo», lug.-dic. 2001; L. Di Lembo, La sezione italiana della colonna Francisco Ascaso; G. Sacchetti, Ricordo di Camillo Berneri (1897-1937), «Notizie di storia», Arezzo, giu. 2002.

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