Biblioteca Franco Serantini

ANGELOZZI, Alberico

Tipologia Persona

Intestazione di autorità

Intestazione
ANGELOZZI, Alberico

Date di esistenza

Luogo di nascita
Ancona
Data di nascita
05/03/1874
Luogo di morte
Ancona
Data di morte
11/10/1948

Attività e/o professione

Qualifica
Impiegato

Nazionalità

Italiana

Biografia / Storia

Nasce ad Ancona il 5 marzo 1874 da Armando e Maria Elisa Parmiani, impiegato. Le carte di polizia ne sottolineano la notevole intelligenza. In gioventù lavora presso la ditta commerciale Jona e mostra tendenze anticlericali. Il primo processo a suo carico risale al 1892 (vilipendio al tribunale a mezzo stampa), il secondo è del 1897 (manifesti contro la chiesa). Giunge all’anarchismo dopo i moti del 1898, entrando in contatto con alcuni fra i leader del movimento ad Ancona (Augusto Giardini, Ferruccio Mariani, Nicola Farinelli, Felice Felici, Enrico Ricciardelli, Raniero Cecili). Socio del gruppo “C. Cafiero”, A. scambia corrispondenza con personaggi quali E. Malatesta e F. Vezzani. Nel corso della perquisizione compiuta nella sede clandestina de «L’Agitazione» il 7 luglio 1900 sono rinvenuti numerosi manoscritti e lettere che gli appartengono. Nell’ottobre dello stesso anno sostituisce Arturo Belletti come gerente del giornale, conservando la carica per qualche numero (dal 33 al 41), prima di cederla a sua volta ad Augusto Crinelletti. In questo periodo, che segue l’arresto di Giardini e di altri esponenti del gruppo anconitano, A. assume di fatto la guida de «L’Agitazione». A dicembre subisce il primo arresto, in occasione della cerimonia pubblica che si tiene a Montesicuro per ricordare il muratore anarchico Oreste Regni, ucciso alcune settimane prima nel corso di una rissa: A. partecipa all’evento, porta con sé una corona con nastro rosso-nero e ciò gli costa cinque giorni di carcere. Il 19 dicembre 1900 il Tribunale di Ancona si pronuncia in merito al materiale rinvenuto nella perquisizione del luglio precedente e lo condanna a quindici mesi di prigione, A. ricorre in appello e rimane per il momento in libertà. Il 22 gennaio 1901 è riconosciuto colpevole di avere accompagnato con una corona anarchica la salma di Aristodemo Traghini; alcune settimane più tardi gli sono inflitti nove mesi di carcere “per eccitamento all’odio fra le classi sociali, commesso a mezzo del giornale «L’Agitazione»”. Non trascorrono che pochi giorni ed è posto agli arresti con l’accusa di avere ordito un complotto per uccidere il presidente del tribunale di Genova: l’accusa, tuttavia, decade nel marzo successivo. Intanto, però, l’appello per la sentenza del dicembre 1900 è ricusato e A. viene messo in carcere per espiare la pena di quindici mesi. Anche in prigione continua a ricevere giornali anarchici, fra cui «La Tribuna libera» (Alessandria d’Egitto) e «La Nuova civiltà» (Buenos Aires). Tornato libero, si impegna nella neonata cdl anconitana, tanto da diventarne segretario nel 1902; tuttavia, le difficoltà oggettive in cui la cdl è costretta a muoversi e l’inerzia dei lavoratori locali gli consigliano presto di rassegnare le dimissioni. Il 4 agosto 1903 è con Gori in un’osteria anconitana, dove si ritrovano un’ottantina di anarchici. Per tutto il primo decennio del Novecento A. svolge un’alacre opera sindacale, tiene discorsi pubblici e mantiene contatti con il movimento anarchico italiano e internazionale. È inoltre fra i fondatori dei periodici anconitani «La Vita operaia» e «Lo Sprone». Una nota della Questura in data 25 aprile 1911 lascia intendere che sia in corrispondenza con Libero Merlino. Il 28 settembre partecipa ad Ancona a un comizio indetto dalla cdl, in cui si dichiara contro la Guerra di Libia. In seguito a una perquisizione domiciliare, l’11 ottobre 1911, la polizia gli sequestra alcune lettere inviategli fra gli altri – quale referente del periodico «Germinal» – da Charles Malato e Alceste Trionfi. Con Casimiro Accini, A. è ritenuto il principale propagandista anarchico nella provincia anconitana, il fondatore dei gruppi “Picconieri”, “Paolo Chiarella”, “Katuko” e il contatto dell’anarchismo locale con L. Bertoni, L. Fabbri e Sante Ferrini. Nell’aprile 1912 lascia il capoluogo marchigiano e, insieme alla moglie e ai quattro figli, si dirige a Parigi per trovare occupazione. Risiede in Francia fino al settembre 1914, quando – come egli stesso riferirà a Borghi – la guerra lo obbliga a tornare in Italia. Invero, già a gennaio la Prefettura ne annota la presenza ad Ancona: “si trattiene tutto il giorno, fino a tarda ora, nei caffè leggendo giornali anarchici e spiegando il contenuto degli articoli di propaganda agli operai. Si accompagna spesso col Malatesta e si è iscritto al circolo anarchico Studi sociali”. Il 17-18 maggio 1914 si reca a Fabriano per il congresso libertario umbro-marchigiano, dove interviene sull’organizzazione economica e la stampa periodica del movimento; sul finire del mese rimedia l’ennesima denuncia, stavolta per “rifiuto d’obbedienza e grida sediziose all’indirizzo della bandiera”. Non si hanno notizie di una sua partecipazione alla Settimana rossa. A luglio è eletto nella commissione esecutiva provvisoria della cdl locale, da cui si dimette qualche settimana più tardi, prima di tornare il Francia e ricondurre definitivamente la famiglia ad Ancona. Nel 1915 trova impiego come portiere presso la cdl e a maggio viene ancora una volta arrestato per attività sediziosa. Nel 1917 la Questura di Firenze segnala una lettera inviata a Borghi da Ancona: la missiva è firmata “Leonidas” e le autorità ritengono che soltanto A., fra gli anarchici locali, abbia le qualità per scriverla. Nella lettera, datata 20 maggio 1917, “Leonidas” racconta fra l’altro della sua permanenza a Parigi e del forzato rientro in Italia, quindi si diffonde con toni entusiastici sulla situazione del movimento anarchico ad Ancona, sul suo personale impegno per costituire il gruppo libertario dei ferrovieri e sulla nascita, ritenuta ormai prossima, del circolo “Anarchia”, lamentando altresì la scarsa opera svolta dalla cdl e i difficili rapporti con i “Regi repubblicani”. A. continua a fare propaganda fra gli operai, subendo un nuovo arresto nel marzo 1919. Negli anni Venti trova lavoro presso il segretariato del popolo, quindi diventa proprietario di una piccola libreria, che deve poi chiudere per debiti, infine è impiegato in tribunale. Durante il fascismo si allontana dalla politica e nel 1940 è radiato dall’elenco degli schedati, continuando però a essere presente in quello dei sovversivi comuni. Nel dopoguerra aderisce alla Federazione Anarchica Marchigiana. Muore ad Ancona l’11 ottobre 1948. (R. Giulianelli)

Fonti

Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen; Archivio di Stato Ancona, Questura, Sorvegliati politici 1900-1943, b. 5, ad nomen; FAM, È morto Alberico Angelozzi, «Umanità nova», 7 nov. 1948.
 
Bibliografia: E. Santarelli, Le Marche dall’unità al fascismo, Urbino 1964, ad indicem; L. Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol. 1, Firenze, CP editrice, 1972, p. 145; M. Antonioli-P.C. Masini, Il Sol dell’avvenire. L’anarchismo in Italia dalle origini alla Prima guerra mondiale, Pisa, BFS, 1999, ad indicem; R. Giulianelli, Le origini della camera del lavoro di Ancona (1900-1910), in 1900-2000. Cento anni di lavoro per il lavoro, Ancona 2001, p. 52.

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