TAMBERI, Decimo

Tipologia Persona
Decio (pseudonimo)

Intestazione di autorità

Intestazione
TAMBERI, Decimo

Date di esistenza

Luogo di nascita
Fauglia
Data di nascita
27 febbraio 1888
Luogo di morte
Livorno
Data di morte
4 dicembre 1956

Attività e/o professione

Qualifica
Commerciante

Nazionalità

Italiana
Russa

Biografia / Storia

Nasce a Fauglia (località Tripalle, ora comune di Crespina Lorenzana) il 27 febbraio 1888 da Stanislao e Filomena Iacopini, noto con il diminutivo di Decio, commerciante di generi alimentari. Nel 1913 sposa Fedora Bagni e, dopo la nascita del figlio Renzo, con la famiglia si trasferisce a Livorno nel quartiere di via Palestro dove il mondo sovversivo livornese ha profonde radici. In una scheda a suo nome, custodita nell’archivio del PCI, risulta che Tamberi nel 1929 sia membro del Comitato federale del PCd'I clandestino. Pur non essendo ancora segnalato nelle carte di polizia, il 1° maggio 1931, su una barca che parte da Livorno, fugge in Corsica con Ilio Barontini, Armando Gigli e gli anarchici Armando Bientinesi e Oreste Belli. Da Bastia, alcuni giorni dopo, i fuggitivi si imbarcano per Marsiglia; mentre Barontini e Gigli proseguono per Parigi, Tamberi si ferma in città dove si impiega, come lavapiatti, in un ristorante e dove intesse relazioni con la popolosa comunità degli esuli antifascisti e conosce, tra gli altri, Dino Frangioni. Si rifugia poi a Mosca, probabilmente sfruttando la rete del Soccorso rosso e del partito. Non destinato a incarichi politici o scuola di partito viene ospitato in una struttura per immigrati, si iscrive al Partito comunista russo e prende la cittadinanza russa. Durante la sua permanenza a Mosca si mantiene con il proprio lavoro da operaio in una fabbrica che produce aeroplani, dove per poco tempo lavora anche Ilio Barontini. Secondo le fonti di polizia, in questi anni si lega affettivamente con una donna russa che parla italiano e frequenta, con altri membri del partito, il Club internazionale degli immigrati. Nell’estate del 1936, probabilmente a causa del terrore dettato dalle purghe staliniane, quando vede arrestare nella sua stessa fabbrica vari suoi compagni, si presenta all’Ambasciata italiana e chiede il rimpatrio. Nell’interrogatorio, per evidenti motivi, dichiara di non essere comunista, di essere fuggito dall’Italia per motivi di debiti contratti nell’esercizio della propria professione e di aver vissuto cinque anni a Mosca per lavoro. Il motivo del rimpatrio sembra essere mosso, non solo dal rischio delle purghe staliniane, ma dalla lontananza dalla moglie e dal figlio Renzo che in questo periodo è arrestato due volte, per espatrio clandestino e per attività comunista. Il 7 novembre 1936 Tamberi varca la frontiera a Ponte Chiasso, arrestato è portato prima a Como, poi a Livorno dove subisce pesanti interrogatori senza mai menzionare nomi di militanti frequentati a Mosca. Messo in libertà ritorna dalla famiglia e apre, prima un’attività di commercio alimentare a Livorno, poi intraprende l’attività di venditore ambulante di giornali senza, secondo le fonti di polizia, occuparsi più di politica. Nonostante le dichiarazioni rilasciate all’ambasciata italiana a Mosca al momento della richiesta di rimpatrio, la sua fede per il comunismo è rintracciabile nei rapporti epistolari che tiene, nel periodo della sua permanenza in Russia, con la moglie, il figlio e alcuni amici. Scrive in una lettera a figlio Renzo: «non tremare ne scoraggiarti, la bandiera che oggi sventola sulle cime del Cremlino a Mosca, dimani sventolerà sul Campidoglio, e così liquideremo certissimo tutte le carogne!». La sua ultima apparizione pubblica è testimoniata ai funerali di Ilio Barontini. Muore a Livorno il 4 dicembre 1956. (M. Bacchiet)

Fonti

Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen.

Bibliografia

Antifascisti nel Casellario Politico Centrale, 18 voll., Roma, 1989-1994, ad nomen; M. Tredici, Gli altri e Ilio Barontini. Comunisti livornesi in Unione Sovietica, Pisa, ETS, Pisa, 2017.

Persona

Collezione

Progetto

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