Biblioteca Franco Serantini

​TOMMASINI, Umberto

Tipologia Persona

Intestazione di autorità

Intestazione
​TOMMASINI, Umberto

Date di esistenza

Luogo di nascita
Trieste
Data di nascita
June 9 1896
Luogo di morte
Vivaro

Biografia / Storia

Nasce a Trieste il 9 marzo 1896 da Angelo e Bernardina Tommasini. La famiglia è originaria di Vivaro (Pordenone), un piccolo comune della zona dei “magredi”, una delle più povere del Friuli rurale. Il padre, lavoratore non qualificato, aveva scelto per i primi figli i nomi dei sovrani sabaudi, ma a Trieste diventa socialista e resterà tale tutta la vita. La madre muore nel 1902. A 13 anni T. inizia a lavorare come apprendista fabbro e partecipa alla sua prima manifestazione: lo sciopero generale del 14 ottobre 1909 che paralizza anche Trieste in segno di protesta contro la fucilazione a Barcellona del maestro libertario Francisco Ferrer y Guardia. Con i tre fratelli maschi (Vittorio, Leonardo, Angelo) frequenta gli ambienti socialisti, tra cui il noto Circolo di Studi Sociali. Qui il padre raccoglie i libri più vecchi e usati e li porta a Vivaro dove fonda una piccola biblioteca pubblica che occupa una delle due stanze della casetta della famiglia, soprannominata Bichicchiu, e che è la prima biblioteca del circondario di Pordenone.

Allo scoppio della guerra con l’Italia, la famiglia ritorna al paese di origine pensando a un conflitto di breve durata. T. viene arruolato nell’esercito italiano nel giugno del 1916 e assegnato a un reparto di mitraglieri. In un’operazione bellica resta ferito. Nell’autunno del 1917 è fatto prigioniero in seguito alla rotta di Caporetto e viene internato nel campo di Mauthausen dove riesce a sopravvivere ad un grave deperimento fisico. Congedato alla fine del 1919, riprende a Trieste il lavoro di fabbro e le frequentazioni dei circoli socialisti e libertari. Nel 1920 segue l’aspro dibattito interno al socialismo e resta deluso dal basso livello delle polemiche interne: non rinnova la tessera socialista né entra nel neonato Partito Comunista nel quale vede una struttura troppo gerarchica. Aderisce al movimento anarchico seguendo l’esempio del fratello più anziano, Vittorio, che aveva conosciuto in Sardegna gli anarchici provenienti da Trieste e che, in quanto antimilitaristi, erano stati anch’essi internati durante la guerra. Nel dopoguerra teso della città giuliana, da poco annessa all’Italia, partecipa a molte iniziative sia di tipo sindacale che politico militante.

Nella primavera del 1921 viene ferito gravemente da un gruppo di fascisti che irrompe nell’officina dove lavora; nell’estate dello stesso anno partecipa ad un’azione di rappresaglia contro una squadra di fascisti di ritorno da una spedizione punitiva nel quartiere proletario e “rosso” di San Giacomo: il lancio di bombe si conclude con quasi una trentina di feriti tra gli squadristi. Questo tipo di attività lo porta alla rottura con il padre socialista. Nel 1925 partecipa al convegno della UAI a Milano, dove conosce Camillo Berneri e Gino Bibbi, con i quali manterrà rapporti politici e umani molto stretti. Partecipa indirettamente all’attentato contro Benito Mussolini compiuto, nel settembre 1926, da Gino Lucetti. Al compagno apuano T. fornisce un paio di bombe, ma essendo all’oscuro dell’obiettivo egli preleva dal deposito dei gruppi antifascisti d’azione un ordigno di ridotta potenza. Noto alla polizia politica per la sua determinazione e radicalità, è più volte fermato e detenuto per misure amministrative ed è tra i primi triestini sovversivi inviati al confino previsto dalle leggi eccezionali dei primi di novembre del 1926.

Nella scheda biografica redatta nell’occasione, T. viene segnalato per il “contegno altero e sprezzante” e come “instancabile seminatore di odio contro l’attuale costituzione sociale, insofferente di ogni disciplina e per nulla ossequiente verso le Autorità”. Sconta i cinque anni di confino tra Ustica e Ponza, dedicandosi alla mensa e solidarizzando con le varie proteste contro i soprusi dei sorveglianti e conoscendo di conseguenza il carcere napoletano di Poggioreale. Al confino rafforza i legami personali con alcuni militanti comunisti di base, come il triestino Luigi Calligaris (poi morto in Siberia accusato di dissidenza bordighista) e l’ingegnere repubblicano Giobbe Giopp. Ritorna a Trieste nel gennaio del 1932, ma si rende conto ben presto dell’inesistenza di spazi d’azione e, dopo qualche settimana, espatria clandestinamente tramite i passaggi curati dai nazionalisti sloveni. Attraverso l’Austria giunge a Ginevra da Luigi Bertoni che lo indirizza verso Parigi. Qui vive senza documenti e nella semiclandestinità, cambiando spesso officina e abitazione. Partecipa ugualmente alle varie iniziative dei gruppi e al Comitato Pro Vittime Politiche e prende accordi con Camillo Berneri e Giobbe Giopp per possibili azioni antifasciste in Italia. Nel 1934 inizia a vivere con la triestina Anna Renner, con cui ha un figlio (Renato).

Partecipa al Convegno d’Intesa, l’incontro parigino di esiliati anarchici, dell’ottobre 1935 in vista di un possibile ritorno in Italia in tempi brevi e questi contatti gli servono per accorrere in Spagna già ai primi di agosto del 1936. Aderisce alla Sezione italiana della Colonna Ascaso della CNT-FAIb, comandata da Carlo Rosselli e Camillo Berneri, e composta inizialmente da poco più di un centinaio di antifascisti, in maggioranza anarchici. Apporta alla Sezione le involontarie esperienze della Prima guerra mondiale nella preparazione di trincee e nell’uso corretto delle mitragliatrici. Dopo una festosa partenza da Barcellona, la Sezione si stabilisce sul fronte aragonese, nel settore del “Monte Pelato” (Altopiano della Galocha, nei pressi di Huesca). Qui il 28 agosto T., che è responsabile delle due mitragliatrici funzionanti, è tra i protagonisti dello scontro armato con un battaglione di carlisti che, pur dotati di uomini e mezzi di molto superiori, vengono respinti. E’ quindi delegato a coordinare un gruppo di spagnoli e italiani che si attesta nel cimitero di Huesca, a due km. dalla cittadina assediata. Ricopre perciò ruoli di guida militare pur avendo riserve verso la progressiva militarizzazione delle milizie. Nel febbraio del 1937 prende parte, con i repubblicani Giopp e Alfredo Cimadori e con l’anarchico Giovanni Fontana, ad una missione speciale: l’affondamento di unità navali franchiste. Il commando viene però arrestato da una pattuglia di Guardie d’Assalto agli ordini del Ministro degli Interni, un esponente comunista. Viene incarcerato a Valencia in un ex convento controllato dagli stalinisti e interrogato ripetutamente da funzionari della GPU. Riesce a fuggire calandosi da una finestra, ma deve far ritorno in carcere per dare spazio alle trattative gestite dal Ministro della Giustizia, l’anarchico Juan Garc’a Oliver, per il rilascio dell’intero commando, di cui un membro (Cimadori) è informatore della polizia fascista.

Verso la fine dell’aprile 1937, e dopo una finta fucilazione, viene rilasciato e, sulla strada della Francia, passa per Barcellona dove incontra per l’ultima volta Berneri, stanco ed esaurito. In seguito agli avvenimenti tragici del maggio barcellonese non ritorna in Spagna, ma si dedica a preparare un attentato contro Mussolini, da realizzarsi sulla costa romagnola durante l’estate. La polizia fascista è al corrente del progetto (presto sfumato) attraverso la corrispondenza scambiata con un “fidato compagno” forlivese Mario Buda informatore delle autorità fasciste.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è arrestato dalla polizia francese e internato nel campo di concentramento pirenaico di Vernet d’Ariege dove divide le durissime condizioni con altri ex combattenti spagnoli e internazionali, tra cui Arthur Koestler e Leo Valiani. In seguito all’armistizio italo-francese, viene consegnato alla polizia italiana che lo assegna al confino di Ventotene, dove torna a fungere da cuoco della mensa libertaria. Qui attacca verbalmente Giuseppe Di Vittorio che, nell’estate del 1937 a Parigi, aveva calunniato Berneri durante una manifestazione sulla Spagna. Dopo il 25 luglio del 1943, resta segregato sull’isola (con gli altri anarchici e gli slavi) mentre gli altri antifascisti sono liberati. Sarà ristretto ancora nel campo di Renicci d’Anghiari fino a poche ore prima dell’arrivo dei nazisti dopo l’8 settembre. Resta sull’Appennino emiliano aiutando dei parenti sfollati e riprende i contatti con i compagni della zona, ma rifiuta di entrare nella Resistenza locale, dove dominano i comunisti, in base alla dura esperienza spagnola.

Al rientro a Trieste nell’immediato dopoguerra deve sostenere difficili discussioni, sia in ambienti operai che tra gli stessi anarchici, sullo scottante tema del ruolo dei comunisti nella guerra civile in Spagna. Insieme ai compagni ritornati dal confino (come Giordano Bruch) e altri attivi con i partigiani (come i fratelli Libero e Primo Vigna), fonda il Gruppo Germinal e l’omonimo giornale. Si impegna nella denuncia degli effetti deleteri dei nazionalismi (filojugoslavo dei comunisti e filoitaliano dei repubblicani e socialisti) all’interno del movimento operaio locale. Ricongiunto finalmente alla famiglia, lavora come fabbro in varie officine artigianali e riprende l’attività nei sindacati venendo anche eletto delegato di categoria, malgrado il boicottaggio dei militanti comunisti, qui controllati, dopo il 1948, dallo stalinista Vittorio Vidali. Promuove varie manifestazioni, soprattutto per il Primo Maggio, e conferenze commemorative, ad esempio di Ferrer. Conosce il carcere del Governo Militare Alleato, che amministra la città fino al 1954, per affissione abusiva di manifesti. Inoltre si occupa dell’espatrio clandestino di decine di anarchici bulgari che emigrano verso la Francia.

Partecipa al Congresso di Carrara del settembre 1945 in cui si ricostituisce la FAI, alla quale aderisce subito il Gruppo Germinal. Nel 1965 accetta la proposta di Patto Associativo pur mantenendo buoni rapporti con molti dei militanti libertari che danno vita ai GIA. Diventa direttore responsabile del settimanale “Umanità Nova» dal 1971 al 1979 e come tale è condannato per un articolo contro un “prete mafioso calabrese”. Dal 1969 funge da cerniera con i giovani libertari triestini sorti dal movimento studentesco del 1968 con i quali apre una grande sede nel centro della città. T. vince la naturale modestia e, in nome del passaggio della memoria del movimento, è tra i rari militanti anziani in Italia a rilasciare, nell’estate del 1972, una analitica conversazione autobiografica. Nell’agosto 1970 respinge, da solo, un assalto di una dozzina di giovani neofascisti alla sede del Gruppo e rifiuta di costituirsi Parte Civile per danni nel successivo processo. È ancora imputato in vari procedimenti penali negli anni Settanta insieme ai giovani anarchici accusati per l’attività antimilitarista e la controinformazione sulla Strage di Stato. Nel 1973 viene definito, in una nota informativa dei carabinieri, “elemento di carattere impulsivo e rissoso, costantemente insoddisfatto ed apertamente insofferente all’Autorità e alle Leggi dello Stato”. Dopo una breve malattia, muore il 22 agosto del 1980 mentre si trova nella piccola casa di Vivaro (Pordenone). (C. Venza)

Fonti

Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen; ivi, Confino Politico, ad nomen; ivi, Divisione Polizia Politica, Cat. H171, p. 188, f. 2.

Bibliografia: U. Tommasini. L’anarchico triestino, a cura di C. Venza, Milano 1984; La Spagna nel nostro cuore. 1936-1939, Tre anni di storia da non dimenticare, Roma 1996, ad nomen; M. Franzinelli, I tentacoli dell’OVRA. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino 1999, ad indicem.

Codice identificativo dell'istituzione responsabile

181

Note

Paternità e maternità: Angelo e Bernardina Tommasini

Bibliografia

2004

Persona

Collezione

città