Biblioteca Franco Serantini

CANZI, Emilio

Tipologia Persona

Intestazione di autorità

Intestazione
CANZI, Emilio

Date di esistenza

Luogo di nascita
Piacenza
Data di nascita
14/03/1893
Luogo di morte
Piacenza
Data di morte
17/11/1945

Attività e/o professione

Qualifica
Impiegato

Nazionalità

Italiana

Biografia / Storia

Nasce a Piacenza il 14 marzo 1893 da Pietro e Giuseppina Barba, impiegato. Abbandona le scuole tecniche per impiegarsi come commesso di negozio, rimanendo fino all’agosto del 1913 alle dipendenze della ditta Tadini e Verza. Chiamato alle armi, è aggregato al 12° RGT bersaglieri e inviato in Libia, dove raggiunge il grado di sergente. Nel 1916 è rimpatriato perché affetto da enterocolite. Al termine della convalescenza è inviato in Val Lagarina e incorporato in un battaglione di fanteria. Partecipa alla battaglia di Vittorio Veneto ed è promosso sergente maggiore. Smobilitato nel settembre 1919, gli è riconosciuta una pensione di 7° grado per invalidità di guerra e il diritto di fregiarsi della croce di guerra e di medaglia commemorativa delle campagne di Libia e Italo-austriaca.

Assunto come impiegato nell’Officina automobilistica del Regio esercito, partecipa attivamente alle agitazioni del dopoguerra, aderendo al movimento anarchico. Nel 1921 è istruttore e capo degli Arditi del popolo. Indiziato per l’omicidio del fascista Antonio Maserati, avvenuto nel giugno 1922, si trasferisce prima a Roma e poi emigra in Francia. Qui nel 1924 partecipa al movimento delle Legioni Garibaldine, continuando a aderirvi anche dopo la presa di distanza di buona parte del movimento anarchico fuoruscito.

Il 9 agosto 1927 rientra a Piacenza e in settembre è arrestato nell’abitazione del comunista Aldo Scurani a Crespellano, in provincia di Bologna. Nel corso degli interrogatori non riesce a giustificare la sua presenza a Bologna, ed è presumibile che avesse ricevuto qualche incarico “illegale”. Durante la sua permanenza a Piacenza riprende i contatti con i compagni rimasti, e la polizia decide di ritirargli il passaporto. Per alcuni mesi tenta di recuperarlo in modo legale, grazie anche all’interessamento di un ex deputato socialista, ma poi decide di espatriare clandestinamente nell’aprile del 1928.

Giunto di nuovo in Francia si stabilisce a St. Cloud, dove aderisce alla sezione dell’Unione comunista anarchica dei profughi italiani. Nell’ottobre del 1933 accetta di far parte del Comitato anarchico pro vittime politiche di Parigi, curando in particolare le relazioni con i compagni rimasti in Italia. Il Comitato deve condurre la propria attività in un quadro di forti polemiche e tensioni tra i vecchi membri del Comitato e gli anarchici che si riconoscono nelle posizioni de «L’Adunata dei refrattari». Canzi si mostra impermeabile a queste polemiche, e si concentra sul lavoro del Comitato assumendo ben presto un ruolo centrale, come dimostra il fatto che è lui a svolgere le “relazioni morali” per conto di tutto il Comitato.

Nel 1935 è tra i protagonisti della mobilitazione contro le espulsioni dei militanti anarchici dalla Francia e per il diritto d’asilo, e partecipa alle iniziative contro la guerra Italo-etiopica. Nel settembre 1936 entra in Spagna, aderendo alla Colonna Italiana della Divisione Ascaso, operante in Aragona. Partecipa a tutti i principali combattimenti, assumendo il comando di una sezione della Colonna. Nel maggio 1937 si trova a Barcellona, dove la Colonna è in riorganizzazione. Dopo i tragici scontri nella capitale catalana, decide di rimanere comunque in Spagna a combattere, passando nelle Brigate internazionali, come comandante della 36a BRT che opera nella zona di Huesca. Qui rimane ferito il 16 giugno. Rientrato a Parigi in settembre, si impegna subito nel Comitato anarchico pro-Spagna, occupandosi dei soccorsi agli ex combattenti della Colonna italiana.

Nel biennio 1937-1938 collabora a «Il Risveglio» e a «Il Momento», quindicinale dell’Unione anarchica italiana. Impiegato presso la Maison des Syndicats, si occupa del disbrigo delle pratiche dei compagni espulsi dalla Francia disposti a dimorare nei “campi di lavoro” e dei soccorsi agli ex combattenti della Colonna Italiana. Arrestato dalla polizia nazista il 26 ottobre 1940, dopo tre mesi trascorsi in carcere a Parigi e a Treviri, è inviato nel campo di concentramento nei pressi della cittadina di Hinzert-Pölert, in Germania.

Nel marzo 1942 è tradotto in Italia, dove è condannato a cinque anni di confino, e trasferito nell’isola di Ventotene. Alla caduta del fascismo come tanti altri anarchici non è liberato ma inviato nel campo di concentramento di Renicci di Anghiari (AR), da cui riesce a fuggire solo dopo l’8 settembre del 1943. Appena giunto a Piacenza sale in montagna, a Peli di Coli, promuovendo la costituzione della prima formazione partigiana della provincia. Partecipa pure alla costituzione del CLN provinciale. In dicembre la formazione partigiana si sbanda a seguito di un rastrellamento, ma Canzi continua la sua attività cospirativa, partecipando a diverse riunioni tra Piacenza, Milano e Parma. Di ritorno da quest’ultima città è arrestato dai fascisti il 14 febbraio 1944, ma è liberato in maggio grazie a uno scambio di prigionieri.

Nelle settimane successive riceve l’incarico dal CLN dell’Alta Italia di unificare le formazioni partigiane in un Comando unico, che si costituisce in agosto. Canzi diventa comandante della XIII zona, con il nome di battaglia di “Ezio Franchi”. L’azione del Comando unico risente delle tendenze autonomistiche delle diverse formazioni partigiane, ma soprattutto degli effetti dei rastrellamenti estivi e invernali realizzati dall’esercito tedesco, qui particolarmente intensi per il ruolo centrale che l’Appennino piacentino riveste nella rete delle comunicazioni nel Nord Italia. Canzi opera continuamente per contenere le tensioni esistenti tra i comandi partigiani e politici della Resistenza e, in dicembre, presenta al Comando generale del CLN un progetto di inquadramento delle forze partigiane che è definito dal generale Raffaele Cadorna, nel libro La Riscossa (Milano 1948), un “vero monumento di saggezza realistica”.

A seguito della seconda fase del rastrellamento invernale, che colpisce pesantemente le formazioni piacentine, si apre una grave crisi nel Comando unico. La posta in gioco è il prevalere di chi sostiene la necessità dell’apoliticità delle formazioni, o di chi invece intende operare per la loro politicizzazione, e l’equilibrio tra le diverse componenti politiche della Resistenza: un problema particolarmente sentito nel piacentino, dove sono consistenti le forze partigiane “moderate”, e il PCI sconta una grave debolezza politica e organizzativa. È in questo quadro che è messo in discussione il ruolo di Canzi, che dai comunisti è visto come il punto debole del Comando, non rappresentando egli alcuna forza politica organizzata, ma potendo contare solo sulla propria storia personale di coerente antifascista. I comunisti tentano quindi a più riprese di prendere il comando generale, trovando persino – nella fase finale delle loro manovre – il sostegno della missione inglese, favorevole alla sostituzione di Canzi con un ufficiale di carriera.

Il 20 aprile 1945 un gruppo di mongoli, guidato da ufficiali comunisti, circondano il Comando e arrestano Canzi e i suoi collaboratori. Trattenuto nella casa di un militante comunista a Bore di Metti, è liberato da un altro reparto partigiano, e partecipa come “semplice partigiano” ai combattimenti per la liberazione di Piacenza. Dopo la Liberazione, nonostante le forti tensioni tra le formazioni e i partiti antifascisti, è eletto prima segretario e poi presidente dell’ANPI, rappresentante unico dei partigiani nel CLN provinciale, presidente della Federazione provinciale combattenti di tutte le guerre e dell’Unione volontari della libertà. È poi reintegrato nel suo ruolo di comandante unico, con il grado di colonnello.

In questi mesi si impegna a fondo nel lavoro di organizzazione, assistenza e direzione dei partigiani piacentini nella convinzione, più volte affermata, che fosse necessario deporre gli “odi di parte” e operare per una effettiva ricostruzione morale e materiale del paese. Riprende il suo posto anche nel movimento anarchico, partecipando “con una fede più viva che mai”, al convegno interregionale di Milano della Federazione comunista libertaria del luglio 1945 e al congresso di Carrara della FAI nel settembre dello stesso anno.

Investito da una camionetta dell’esercito inglese il 2 ottobre, gli viene amputata una gamba, ma muore per sopravvenuta broncopolmonite nell’ospedale di Piacenza il 17 novembre 1945. Dopo i solenni funerali è sepolto, come aveva chiesto, a Peli di Coli, la località della montagna piacentina dove aveva iniziato la lotta partigiana, e dove gli sarà poi dedicato un monumento. (C. Silingardi)
 

Luoghi di attività

Luogo
Piacenza

Fonti

Fonti: Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, ad nomen; Istituto storico movimento di Liberazione italiano Milano, Fondo Antonino La Rosa; Istituto storico della Resistenza di Piacenza, Fondo Emilio Canzi; «Noi della montagna», n. u. 21 nov. 1945.

 

Sitografia: Dictionnaire international des militants anarchistes, versione on-line, http://militants-anarchistes.info

 

Bibliografia: A. La Rosa, Storia della Resistenza nel piacentino, Piacenza 1958; M. Tosi, La repubblica di Bobbio. Storia della Resistenza in Val Trebbia e in Val d’Aveto, Bobbio 1977; G. Berti, Linee della Resistenza e Liberazione piacentina, Piacenza 1980; Camma [A. Cammarosano], Da Pertuso di Ferriere alle carceri di Piacenza. Cronache di un racconto partigiano, 2 voll., Piacenza 1980-81; L. Arbizzani, Antifascisti emiliani e romagnoli in Spagna e nella Resistenza, Milano, 1980, ad nomen; C. Berneri, Epistolario inedito, vol. I, Pistoia 1980; Id. Epistolario inedito, vol. II, Pistoia 1984; I. Rossi, La ripresa del movimento anarchico italiano e la propaganda orale dal 1943 al 1950, Pistoia, RL, 1981, ad indicem; M. Rossi, “Avanti siam ribelli…”. Appunti per la storia del Movimento Anarchico nella Resistenza, Pisa 1985; P. Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Pistoia 1988; C. Silingardi, Emilio Canzi e Savino Fornasari dall’emigrazione libertaria in Francia alla rivoluzione spagnola, «Studi piacentini», n. 1, 1987; Id., Emilio Canzi e la crisi del Comando unico piacentino (1944-1945), ivi, n. 10, 1991; La Spagna nei nostri cuori 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, Roma, AICVAS, 1996, p. 119; E. Francescangeli, Arditi del popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista (1917-1922), Roma 2000, ad indicem; L. Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L’Anarchismo in Italia dal Biennio rosso alla Guerra di Spagna, Pisa 1999, ad indicem; F. Bertolucci, Gli anarchici italiani deportati in Germania durante il Secondo conflitto mondiale, «A : rivista anarchica», aprile 2017, pp. 63-98.

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